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Intervista a Marinella D’Innocenzo, Direttore Generale della ASL Rieti

Intervista a Marinella D’Innocenzo, Direttore Generale della ASL Rieti

Intervista a Marinella D’Innocenzo, Direttore Generale della ASL Rieti

Intervista a Marinella D’Innocenzo
Direttore Generale della ASL Rieti
Già Direttore Generale per la Salute della Regione Molise, Ares 118, AO Sant’Anna-Regina Margherita
Componente della Commissione nazionale per la Formazione Continua ECM di Agenas
Coordinatrice del Comitato scientifico per la progettazione e pianificazione della formazione continua dei medici e nel settore sanitario dell’Istituto regionale di studi giuridici del Lazio C.A. Jemolo

Quali sono state le principali difficoltà e le sfide che avete dovuto affrontare dall’inizio della pandemia?

L’Azienda Sanitaria della provincia di Rieti è caratterizzata da alcune specifiche peculiarità, che nascono dal conteso orografico e socio demografico e che ne fanno un unicum rispetto alle altre Aziende Sanitarie della Regione Lazio, ed un laboratorio di possibili sperimentazioni gestionali ed organizzative anche dal punto di vista sociosanitario. La pandemia ha rappresentato un passaggio obbligato e repentino di cambiamento, che sta costringendo professionisti e decisori di politica sanitaria a spostare la gestione dall’inatteso verso la gestione del prevedibile/pianificato. L’esperienza del Covid-19 ci sta insegnando a governare l’imprevedibilità e l’incertezza attraverso la versatilità e la multidisciplinarietà, con estrema rapidità, in modo flessibile ma anche controllato. Certo, affrontare la pandemia, anche nell’ASL Rieti, ha comportato un notevole stress organizzativo che si diffonde a tutti i livelli e i cui effetti, in concreto, si potranno valutare solo quando tutto sarà finito.

Il Covid-19 è stato un vero e proprio acceleratore di cambiamenti. Ha confermato la necessaria evoluzione dell’assistenza territoriale, attraverso la creazione di équipe multidisciplinari ed una maggiore integrazione dei servizi territoriali, passando attraverso il coinvolgimento della comunità. Riorganizzarsi e adattarsi alle nuove condizioni e al mutato contesto è stato, ed è ancora, un processo articolato che richiede il coinvolgimento di tutti gli attori e un’attività continua di accountabillity.

La Direzione aziendale ha adottato tutte le azioni utili al superamento della frammentazione nell’erogazione dell’assistenza, allineando i servizi in un’ottica d’intensità di cura e assicurando la continuità attraverso policy di connettività, riequilibrio e collaborazione. Abbiamo proceduto da subito a potenziare l’attività ospedaliera dell’unico presidio pubblico della provincia, il San Camillo de Lellis. Una riorganizzazione snella, per garantire la maggiore flessibilità possibile per assistere i pazienti covid e nocovid. Da poche settimane abbiamo inaugurato un nuovo reparto di terapia intensiva, allargando l’offerta di alta intensità per contrastare la variabilità della curva dei contagi. Di contro, abbiamo riconfigurato la Casa della Salute e l’Ospedale a vocazione territoriale di Magliano Sabina, potenziando la risposta ai pazienti nocovid, per evitare che le altre patologie non avessero risposta. La scelta si è rivelata strategica, poiché siamo riusciti a recuperare tutte le prestazioni sospese per via della pandemia.

La riorganizzazione ha interessato soprattutto l’assistenza territoriale. Equipe itineranti multidisciplinari di assistenza domiciliare e territoriale (ADI, API, Equipe Scuole ed Equipe Sisma) che quotidianamente assicurano assistenza a casa dei pazienti, anche attraverso la sinergia che abbiamo rafforzato con la medicina generale e con le istituzioni del territorio. Importante è stato anche il lavoro della sorveglianza sanitaria dell’ASL, che raggiunge settimanalmente i territori con i drive in mobili per i tamponi e la centrale operativa covid per la gestione a domicilio degli isolati e dei sintomatici a domicilio.

Che cosa avete imparato da questa esperienza?

L’ASL Rieti sta vivendo, così come l’intero Sistema Sanitario nazionale e regionale, un periodo di profondo cambiamento che ne sta modificando i processi ed i percorsi, fino ad incidere sui livelli di risposta ai bisogni di salute della popolazione, principalmente per le cronicità e le fragilità.

L’effetto della pandemia è stato quello di stimolare la capacità adattiva e la resilienza del Sistema e dei professionisti che lo compongono. Le condizioni mutevoli delle fasi iniziali si stanno ripetendo anche in questo momento. La difficoltà di programmare le azioni nel breve/medio periodo a causa della rapidità d’evoluzione dell’infezione e della mancanza di evidenze scientifiche rispetto al trattamento del virus, hanno spinto tutti i livelli dell’Azienda a lavorare al massimo, ed oltre, delle proprie potenzialità per dare risposta immediata, appropriata e di concreta presa in carico.

Ora abbiamo un’Azienda che si sta rinnovando, che sta facendo leva sulle radici e sul contesto, al fine di garantire salute a tutti i cittadini della provincia reatina. Un nuovo modello organizzativo dinamico, immaginato all’interno di una riformata sanità laziale investita dalla necessità di ridefinire i servizi territoriali e la rete ospedaliera, che riesce ad essere più veloce nelle risposte anche alle opportunità create dalla pandemia.

Nella gestione dell’epidemia, alcuni dei processi di programmazione avviati negli anni passati si stanno rilevando determinanti. Abbiamo sicuramente imparato che le attività aziendali devono essere quanto più flessibili e vicine alle esigenze del cittadino, bilanciando l’appropriatezza, le competenze, l’integrazione, l’equità e la sostenibilità.  La governance, i processi e le strutture operative si sono rivelate in grado di affrontare la crisi in modo versatile e spesso straordinario, gestendo con coraggio la complessità della situazione e l’evoluzione repentina dell’emergenza. La moderna risposta ai bisogni di salute sta nella vicinanza del Servizio alla persona e nella velocità e nella modalità di risposta, fino a verticalizzare sulla realtà i concetti di budget di salute individuale e di comunità, condividendo risorse finalizzate all’obiettivo.

La tecnologia, l’assistenza domiciliare di prossimità e i professionisti dedicati al territorio sono già realtà e garantiscono la continuità operativa nei percorsi assistenziali.

Oggi l’attenzione di tutti è sulla campagna vaccinale. Quali sono le difficoltà organizzative che state incontrando e come si struttura il vostro impegno?

Negli ultimi decenni, la provincia di Rieti subisce in maniera importante il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, facendo registrare la più alta percentuale d’anziani del Lazio. La popolazione è distribuita su 73 Comuni e 279 frazioni, con una bassa densità abitativa e demografica. Quindi una forte dispersione della popolazione nel territorio con elevati rischi di salute, ormai noti, che anche in letteratura vengono associati al fattore orografico e infrastrutturale e quindi alla distanza tra e dai centri urbani. Queste caratteristiche comportano inevitabilmente un’alta incidenza delle patologie, con i cittadini che sono potenzialmente frequent user dei servizi sociosanitari, con ampi settori di fragilità sociale: a queste il territorio e la ASL sono chiamati a rispondere. Anche per questo, per l’ASL Rieti è determinante essere parte di una forte rete di alleanze, costruita ed alimentata attraverso il dialogo costante con le Amministrazioni locali territoriali e con gli stakeholder, partner primari delle policy aziendali, per migliorare la qualità e la velocità delle decisioni da prendere. Il confronto continuo con le Istituzioni del territorio, il terzo settore, i Sindacati, le imprese, per avanzare e verificare le proposte operative per una risposta all’emergenza integrata e flessibile.

Anche sulla base di queste alleanze nasce il primo centro vaccinale inaugurato in Lazio proprio a Rieti, aperto riqualificando l’ex fabbrica Bosi. Un centro moderno che garantisce la migliore sicurezza possibile per l’esecuzione dei vaccini. Un primo passo, perché abbiamo intenzione di aprirne altri sul territorio, cercando di farci trovare pronti a vaccinare più persone possibili quando saranno finalmente superate, a livello europeo e nazionale, le difficoltà delle disponibilità delle dosi.

Che cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? La pandemia potrà essere archiviata definitivamente o dovremo continuare a farci i conti adeguando i nostri modelli organizzativi?

L’insegnamento che dobbiamo fare nostro è che le Organizzazioni Sanitarie devono imparare a fare i conti con l’imprevedibilità e con l’incertezza. In pochissimo tempo sono state stravolte le metriche che stanno alla base del funzionamento di settori importanti delle Aziende Sanitarie, quali quello territoriale. È opportuno quanto necessario ripensare all’architettura legislativa e organizzativa di un complesso ecosistema come quello socio-sanitario, agli attuali modelli organizzativi, al ruolo dell’Ospedale e alle forme di assistenza e cura istituzionalizzate. L’unica via è quella della sanità pubblica e dell’equità dell’offerta nel superamento delle disuguaglianze di salute.

Organizzare cioè i servizi attraverso filiere e reti integrate d’offerta, con un’attenta rivisitazione critica e standardizzata del flusso delle attività fatta in funzione della salvaguardia della qualità e dell’equità delle cure. La tutela e la promozione della salute passano per cospicui investimenti da fare, che richiedono uno sforzo ulteriore e più convinto rispetto a quanto si sia fatto fino ad ora. È arrivato il momento di una riforma che aggiorni finalmente un quadro normativo troppo lento e burocratizzato e ripensi trasversalmente ai servizi, in base a modelli organizzativi centrati sulla continuità assistenziale e sul territorio. Applicare cioè meccanismi operativi in grado di sollecitare gli stimoli al cambiamento, attraverso una logica di prossimità e di comunità. Mai come in questo momento è possibile, anche grazie alle competenze dei professionisti e all’innovazione tecnologica applicata all’integrazione tra servizi.

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