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Una riflessione su cosa significhi essere donne medico, oggi.

Una riflessione su cosa significhi essere donne medico, oggi.

dott.ssa Laura Orgiano, vincitrice della II edizione del Premio Eleonora Cantamessa

Laura OrgianoDonne medico: l’evoluzione

Cagliari, 1990: la maestra chiede di scrivere in un tema cosa vogliamo fare da grandi. In una classe media di 25 bambini, i mestieri ambiti più gettonati tra le bambine sono la ballerina, la maestra, l’attrice, la cantante… aspiranti donne medico? Solo due. La maestra abbozza un sorriso e dice: “tranquille, avete un sacco di tempo per cambiare idea!”.

Cagliari, 2016: sono un medico, donna, e la maggior parte dei colleghi con cui lavoro sono donne. Ogni anno la selezione al test di ammissione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia registra un numero crescente di iscritti e, dettaglio tutt’altro che trascurabile, la maggior parte sono donne. Il camice bianco, dopo secoli di tradizione e taglio maschile, assume le forme e la sostanza dei sogni di giovani donne pronte ad affrontare con abnegazione e spirito di sacrificio un percorso lungo e difficile, seppur pieno di responsabilità e soddisfazione, che le proietterà nel mondo di un lavoro che, nonostante tutto, continua a tingersi di un blu intenso.

Eh si, perché se da un lato è vero che le donne medico sono sempre di più (e questo trend è destinato ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni), dall’altro lato è assolutamente innegabile che il percorso di carriera sia decisamente più “in salita” per il gentil sesso.

Le difficoltà di un medico con la gonna

Questo significa che, a parità di curriculum e valore professionale, per una donna resta ancora molto difficile raggiungere ruoli di rilievo apicali, sia all’interno delle strutture ospedaliere che di quelle organizzative… e questo come mai accade? Premesso che, nonostante la scoperta del genoma umano, ad oggi, non abbia trovato nessun gene dell’intelligenza, della capacità o della maggior resistenza alla fatica espresso nel cromosoma Y, ci si chiede a cosa si debbano queste differenze.

È certamente difficile dare una risposta univoca anche se, indubbiamente, una delle problematiche maggiori dell’avere un organico lavorativo femminile è rappresentato da lei, l’unica in grado di minare per mesi un organico pseudo-stabile, di essere interpretata come un ostacolo alla crescita professionale, di essere responsabile di una supposta riduzione dell’attenzione: lei, la maternità. L’evento chiave della vita di una donna (almeno di quelle che lo ritengono tale) si scontra, spesso, con l’età della piena crescita lavorativa, quella in cui bisognerebbe lavorare senza guardare l’orologio, senza pensieri che possano distrarre, senza scadenze e senza radici troppo fisse che limitino la nostra flessibilità. Già, perché la maternità non riguarda solo quei nove mesi di attesa, ma interessa anche tutto il periodo successivo, dall’allattamento all’inserimento del bambino al nido, dalle prime malattie esantematiche all’inserimento del bambino a scuola…e sono parecchi anni! Ma questi figli di chi sono? Sono di donne che molto spesso fanno un passo indietro, rinunciano (momentaneamente) alle loro carriere a favore di un progetto che, se troppe volte rimandato, rischia di non poter essere più realizzato, complice un orologio biologico che non tiene conto di altre variabili.

Una volta superata la delicata fase della maternità arriva poi, tutt’altro che semplice, la fase del reinserimento: la FNOMCEO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri) ha già da tempo istituito un tavolo di lavoro, di cui io stessa ho fatto parte per circa due anni, dedicato all’analisi della situazione lavorativa della donna medico oggi. Tra le criticità emerse, discusse in modo approfondito con un gruppo di 15 Colleghe  provenienti dagli Ordini di tutta Italia, da Nord a Sud, il problema del reinserimento al lavoro dopo una assenza prolungata dovuta a maternità, a malattia, ad aspettativa o a qualunque altra causa è stata una delle più riportate nel nostro ambiente. In molte realtà europee, il percorso “di rientro”  è un percorso strutturato in fasi di reinserimento graduale, affatto traumatico, che tiene conto delle specifiche necessità del lavoratore, garantendogli una ripresa globale della propria autonomia lavorativa in un lasso di tempo variabile da qualche settimana a qualche mese (cosa che, peraltro, vale sia per gli uomini che per le donne).

Questi sono solo esempi di problematiche che una donna che volesse fare la carriera del medico, oggi, deve sapere, anche se siamo consapevoli che lo stesso disagio e le stesse difficoltà sono spesso condivise da altri Ordini Professionali tradizionalmente maschili (avvocati, ingegneri, magistrati).  

Donne medico in termini statistici

È inutile negare che siamo di fronte ad un cambiamento della classe medica, che è al tempo stesso un cambiamento di genere e di generazione, con una serie di necessità impellenti che devono essere tenute in considerazione nella nuova programmazione delle attività ordinistiche e manageriali delle aziende sanitarie dei prossimi decenni, esattamente come avviene già in diverse realtà europee.

In Italia oggi, pur in un periodo di profonda crisi economica, il 64% dei lavoratori è di sesso maschile, mentre solo il 46% delle donne risulta avere un impiego. Non solo: la differenza media della retribuzione tra uomo e donna arriva in alcune professioni all’11%, a parità di occupazione e livello di anzianità lavorativa. Perché le donne guadagnano meno, lavorando allo stesso modo?

Personalmente ritengo questa disparità inaccettabile, immotivata e ingiusta: il cambiamento, che lo si voglia o no, è già iniziato, e per affermarsi in modo più armonico e costruttivo dovrebbe iniziare già dal periodo universitario o durante la specializzazione. Esistono ancora oggi una serie di specializzazioni, soprattutto quelle chirurgiche, che accolgono con poco entusiasmo le colleghe che aspirano a quel tipo di carriera, per non parlare poi delle colleghe che, a pieno diritto, decidono di vivere la maternità durante il percorso di formazione specialistica: in molti casi una scelta come questa è ed è stata decisamente mal recepita dai colleghi strutturati o dai direttori delle varie Scuole di Specializzazione, significando in più di una occasione la perdita della possibilità di entrare in sala da primo o secondo operatore anche per diversi mesi dopo il rientro al lavoro, quasi come a dover scontare una punizione per una assenza ingiustificata.

Personalmente, la mia esperienza durante la Scuola di Specializzazione è stata decisamente positiva, cosi come lo è stata quella all’interno dell’ Ordine dei Medici della provincia di Cagliari: avendo un Presidente lungimirante e orientato verso questo inevitabile cambiamento, la quota di donne all’interno del Consiglio dell’ Ordine è stata sempre ben accetta, sia tra i consiglieri che nel terzetto delle figure di coordinamento (presidenza, vicepresidenza e segreteria), ma so che non in tutti gli altri Ordini Provinciali, a livello nazionale, si può osservare la stessa distribuzione dei ruoli. Certamente, un grosso segnale in questo senso è arrivato dopo la nomina di una donna alla guida della FNOMCEO, vera pietra miliare della presa di coscienza che il merito e la qualità, molto spesso, sono caratteristiche che vanno oltre il genere.

Non credo esistano soluzioni giuste e miracolose per risolvere tematiche dalle radici cosi antiche e ben ramificate; sicuramente occorre ancora del tempo ma, soprattutto, occorre volontà: occorre volontà di riformare un sistema lavorativo in funzione delle proprie capacità, attitudini e aspirazioni, a prescindere dal genere, un sistema che vada incontro e non contro le donne e il loro ruolo sociale fondamentale, senza il quale nessuna società civile sopravvivrebbe a lungo.

Mi piacerebbe concludere questa riflessione con una frase di Rita Levi Montalcini, grande donna e grande ricercatrice, che ha letteralmente dedicato la sua vita alla ricerca ed alla sua grande passione, la medicina: “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare null’altro che la loro intelligenza”.

Nota della redazione

Nel 2015 il consiglio di amministrazione di Galeno si è arricchito, per la prima volta nella storia della Cassa, della presenza di tre donne medico. Un segnale molto significativo di come la Cassa sappia recepire i cambiamenti che si manifestano all’interno della professione e riesca a integrare a beneficio di tutti i soci l’apporto prezioso dato da diversi tipi di rappresentanza della categoria.

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