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Parto naturale e taglio cesareo: le differenze in Italia e all’estero

prof. Marcello Negri

        

parto-naturale-o-cesareo[1]“In Italia il ricorso al taglio cesareo è in continuo aumento: si è passati dall’11% del 1980 al 38% del 2008… spiccata variabilità su base interregionale… percentuali più basse nell’Italia settentrionale più alte nel sud, probabile indizio di comportamenti clinico-assistenziali non appropriati riconducibili a fattori indipendenti dalle condizioni di necessità clinica”. Questo quadro allarmante compare nelle Linee guida del nostro Ministero della Salute (1); nelle stesse, inoltre, viene smentita la comune convinzione che il taglio cesareo protegga il feto da rischi, anzi viene aggiunto che “la mortalità perinatale è più alta nelle regioni meridionali del paese dove la percentuale dei tagli cesarei è più elevata”. E per quanto riguarda la madre, vale ricordare che il taglio cesareo è comunque un intervento chirurgico che come tale espone la donna a seri rischi.

 

Secondo l’ISTAT l’incidenza dei tagli cesarei in Italia è pari al 36,3% (2013)  mentre l’OCSE riferisce come media europea 26,75%, Germania 31,1%, Spagna 24,9, Regno Unito 24,1, Francia 20,2, Paesi Scandinavi circa 16. Nel 2015, il WHO ha indicato come obiettivo il 10-15%. Dell’argomento si è occupata anche la stampa (2): sono stati rimarcati uno spreco in Italia di 80-85 milioni di euro per anno, la prevalenza (2/3) dei ricoveri in strutture private e l’aumentata possibilità di rottura dell’utero in caso di gravidanza successiva ad un taglio cesareo.

Studi clinici

Negli USA, l’induzione del parto in 11.778 gravide (3) è risultata associata con un aumentato rischio di taglio cesareo in quante presentavano una cervice sfavorevole e con un modesto aumento della morbosità materna nei parti successivi a un taglio cesareo; inoltre, gli autori non hanno riscontrato un apprezzabile aumento della morbosità perinatale. In 66 ospedali australiani (4), l’induzione del parto si è caratterizzata per notevoli variazioni inspiegabili, con una non chiara associazione con l’incidenza dei tagli cesarei oppure con eventi avversi materni o neonatali. In Scozia (5), la ripetizione del taglio cesareo, pianificato o meno, è risultata associata con un aumento dei ricoveri del neonato per asma. In Inghilterra, Kate F. Walker et Al. (6) sono partiti dal voler verificare la comune convinzione che nelle gravide di età >35 anni l’induzione del parto tra la 39 sett 0 giorni e 39 sett 6 giorni di gestazione può ridurre il rischio della natimortalità, ma può aumentare quello del ricorso al taglio cesareo, quest’ultimo d’altronde frequente in questa età. Convinzione smentita dagli autori che – su un totale di 619 gravide – non hanno rilevato differenze significative circa l’incidenza del ricorso al taglio cesareo né conseguenze negative per la madre o il neonato.

Commenti all’articolo della dottoressa Walker.

Robert L Barbieri (7) – ricordando che analoghi risultati sono stati ottenuti nel caso di alcune condizioni morbose, quali il diabete e l’ipertensione – raccomanda di non ricorrere all’induzione del parto prima della 39° sett a meno che siano presenti rischi materni e/o fetali.

Particolare attenzione merita il commento di William A. Grobman (8): egli ritiene che “ il lavoro della Walker è un importante contributo per le conoscenze mediche” e asserisce che “la convinzione che guida le decisioni circa la tempistica del parto – cioè che l’induzione del parto a termine aumenta il rischio di taglio cesareo – può non essere vera dopotutto”. Tuttavia, l’autore chiarisce che non è possibile sapere se i risultati del trial possono essere estesi alle gravide di età <35 anni; inoltre, ricorda che in assenza di complicazioni materne o fetali vi è consenso per il parto tra 41 sett 0 giorni e 42 sett 0 giorni di gestazione, non oltre 42 sett 6 giorni, e ritiene che – sebbene lo studio non dimostri dannosa l’induzione alla 39° sett – non vi è evidenza di un beneficio, per cui “sembra prematuro modificare le raccomandazioni circa il tempismo del parto in assenza di complicazioni”.

* Nota di Galeno

Da Gennaio i massimali riguardanti i rimborsi sui parti sono stati innalzati, sia per il cesareo sia per il naturale.
Per il parto naturale vi è un rimborso di 5000 euro, con l’aggiunta di altri 516 euro se il parto venisse eseguito in acqua o con epidurale; per quanto riguarda invece il parto cesareo abbiamo un rimborso di 7500 euro omnicomprensivo.
Nell’ambito di queste somme sono comprese, a titolo esemplificativo e non esaustivo: la normale assistenza alla puerpera e al neonato, la sala parto (per un massimo di 362 euro) e le spese sostenute per il nido (per un massimo di 258 euro) purchè questo si trovi all’interno dell’istituto di cura ove la madre e il figlio siano ricoverati; in caso di parto gemellare i massimali previsti per il parto cesareo e non cesareo devono intendersi elevati del 5o percento; per il parto plurigemellare del 75 percento.

Bibliografia

1.     SNLG – ISS. Linee guida 19. Taglio cesareo. Pubblicazione gennaio 2010, aggiornamento gennaio 2014.    www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?

2       Corriere della sera. Salute online. Parti cesarei.  21 gennaio 2013.

     www.corriere.it>salute.

3       W A Grobman et Al. Outcomes of induction of labor after one prior cesareandelivery. Obstet Gynecol 2007, 109, 262.

4       T A Nippita et Al. Inter-hospital variation in labor induction and outcomes for nullipara. Acta Obstet Gynecol Scand 2016, 95, 411.

5       M Black et Al. Planned repeat cesarean section at term and adverse childhood health outcomes. PLoS Med 2016 march 15;13(3):e1001973.

     doi: 101371/journal.pmed.1001973. eCollection 2016

     6.   K F Walker et Al. Randomized trial of  labor induction in women 35 years of

      age or older. New Engl J Med 2016, 374,813.

7.   R L Barbieri. Does labor induction at 39 weeks’ gestation have consequences

      in women 35 or older? NEJM Journal Watch 2016, March 3.  

8.  W A Grobman. Induction of labor and cesarean delivery. New Engl J Med

      2016, 374, 880.

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